Aspettando Godot: ovvero Caltanissetta nel tempo immobile della pandemia

«Non succede niente, nessuno viene, nessuno va, è terribile…» (Samuel Beckett, Aspettando Godot).

Tempo. Il nostro tempo immobile. Il nostro tempo sfuggente, qui, a Caltanissetta. In questi giorni estenuanti, opachi e sordi di pandemia il futuro sembra non esistere. Tutto è bloccato, interrotto. Tutto è sospeso in un assoluto, ossessivo presente. Il mancato scorrere del tempo alimenta inesorabilmente le nostre inquietudini. La nostra noia. E  persino la nostra disperazione.

Viene in mente «Saturno che divora i suoi figli», una delle quattordici opere murali dipinte da Francisco Goya come decorazioni delle pareti della sua casa a Madrid – la Quinta del Sordo – tra il 1819 e il 1823. Il «Saturno» di Goya, al di là del riferimento mitologico, è la metafora del tempo che per sopravvivere consuma e distrugge, rincorrendo forsennatamente la propria stessa fine. Un’immagine, un incubo denso di misteri che evoca potentemente il legame inscindibile fra il tempo e la morte. E dunque, mi chiedo: possiamo fuggire da questo tempo, da queste fauci? Adesso?

Ma, volendo individuare un’opera meno tragica e violenta per descrivere l’attuale, nostra condizione esistenziale, il dramma teatrale di Samuel Beckett «Aspettando Godot» appare perfetto. La trama è semplice e lineare. Si apre infatti con due uomini che aspettano in strada un tale chiamato Godot. La scena è spoglia. Oltre ai due personaggi – Vladimir ed Estragon – vi è solo un albero, che attraverso le foglie segna lo scorrere del tempo. Godot, il protagonista tanto atteso, non appare mai nell’opera. Si limita ad inviare ai due uomini un ragazzo che dice: «Godot non verrà oggi, verrà domani».

Nell’opera il tempo resta fisso. C’è attesa di qualcosa, di qualcuno, ma nessuna possibilità di cambiamento. Il dramma, strutturato in due atti, sembra immobile. Eppure il tempo scorre e lo spettatore può rendersene conto attraverso alcuni particolari come, ad esempio, le foglie che cadono dall’albero, ad indicare l’arrivo della stagione autunnale.

Insomma, il celebre dramma di Samuel Beckett, nella sua lineare, inesorabile semplicità, è la metafora dell’esistenza umana, spesso trascorsa nell’attesa che avvenga qualcosa che possa distrarci dal tedio e dal pensiero ricorrente del nulla. Della morte. E qui, adesso, nella nostra Caltanissetta, sfinita e impoverita, alienata, quest’attesa e questo tempo immobile e sfuggente stanno diventando davvero insopportabili. Ogni giorno di più.

 

Leandro Janni, Presidente di Italia Nostra Sicilia

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