Italia Nostra Sicilia: La Torre di Manfria e il suo contesto paesaggistico vanno tutelati

La Torre di Manfria  e il suo contesto paesaggistico vanno tutelati. E’ assurdo che un luogo e un monumento così rilevanti e suggestivi vengano abbandonati all’incuria. Vengano svenduti come un bene qualunque. Gela si vergogni del modo in cui gestisce il proprio patrimonio culturale e ambientale. E di certo non basta puntare sul nuovo Museo del Mare.

Abbiamo appreso, in questi giorni, che la Torre di Manfria è stata acquistata da un privato: un imprenditore bolognese. Nel XVI secolo essa fu realizzata come torre di avvistamento e difesa. E’ la vedetta posta su un promontorio dal quale osservare i 60 chilometri del golfo e parte della piana di Gela. Essa si affaccia su una baia dal mare azzurro circondata da roccia e pietra di gesso, da grotte e da sabbia giallo ocra tanto cara ad Eschilo. La Torre è incastonata in un Sito di Importanza Comunitaria. Il territorio gelese era una meta classica dei naturalisti dell’Ottocento per le sue peculiarità botaniche, zoologiche e paesaggistiche. Le dune di Gela destavano meraviglia non solo per le eccezionali dimensioni, ma anche per la bellezza del loro manto vegetale, dominio incontrastato della ginestra bianca e di numerose altre piante rare. Con l’andare del tempo, di tanta bellezza si è quasi perso il ricordo, offuscato da vicende umane che, nel secolo scorso hanno segnato la città di Gela in modo particolare: l’emigrazione, la guerra, il sogno industriale e la pervasiva urbanizzazione. Nel territorio gelese, comunque, è tuttora possibile ammirare le tracce di beni di grande interesse scientifico e di pregio naturalistico e paesaggistico: ad esempio, il sito Natura 2000 “Torre Manfria” che comprende una significativa varietà di habitat litoranei. Ubicata a pochi chilometri a Nord-Ovest di Gela, il 2 gennaio del 1987, l’area di Manfria è stata sottoposta a vincolo archeologico in seguito a importanti ritrovamenti di resti archeologici. I riflettori sul grande pregio naturalistico dell’area di Manfria si accesero per la prima volta nel 1962, quando l’illustre entomologo Marcello La Greca, durante una campagna di ricerche sulla fauna psammofila della Sicilia Meridionale, scoprì un piccolo invertebrato endemico, vero e proprio fossile vivente: il Dociostaurus minutus. Ulteriori indagini rivelarono la presenza di vari artropodi interessanti e molto rari sulle dune di Manfria, le cui strategie di sopravvivenza in un ambiente così particolare sono state oggetto di un intero filone di ricerche eco-etologiche.

 

Ma torniamo alla Torre di Manfria. Secondo alcune fonti l’inizio della edificazione della Torre risale al 1549, durante il vicereame di Juan de Vega, secondo altre, invece, al 1583. Di certo rimase incompiuta per alcuni decenni e nel 1615 fu completata ad opera del Viceré di Sicilia Pedro Tellez Giron y Guzman Duca di Ossuna, su disegno dell’architetto fiorentino Camillo Camilliani. Delle oltre 200 torri costiere della Sicilia, che formavano un sistema di vigilanza strategico-militare per segnalare i pericoli provenienti sia dai nemici sia dai corsari africani, la Torre di Manfria, detta anche di “Ossana” o “Ossuna” era una tra le 37 più importanti e dipendeva dalla Deputazione del Regno. I quattro torrari che l’abitavano segnalavano, nel corso della giornata, con specchi e fumi e di notte con fuochi (i fani), l’arrivo dei barbareschi alla torre di Falconara, a Ovest, e ad Est al campanile della chiesa di Santa Maria de Platea che fungeva anche da torre secondaria di avvistamento e segnalazione. Con un sistema intermedio di postazioni e di torri di segnalazione, le informazioni giungevano quindi alla torre di Camarana, a Est nei pressi di Santa Croce Camerina, e con gradualità alle altre del circuito isolano fino a raggiungere, nel giro di un’ora, quei porti dove erano presenti flotte navali da guerra che immediatamente prendevano il mare per contrastare l’azione offensiva dell’aggressore. Le segnalazioni, inoltre, erano destinate agli abitanti della città e della campagna, tramite torri secondarie come quelle dell’Insegna e del convento dei Padri Cappuccini. Oltre ai torrari erano pure pertinenza della città diversi gruppi di guardie a cavallo.

La Torre di Manfria è a pianta quadrata con basamento fortemente scarpato che misura circa 12,5 metri per lato. In origine era costituita da due piani, il pianoterra, che serviva come deposito di acqua, legna, munizioni, spingarde, schioppi, polvere da sparo e palle di cannone e il primo piano, che serviva da alloggio ai torrari (caporale, tenente e soldati). Inoltre, il terrazzo, provvisto di parapetti, tettoia e due balconate, sostenute da eleganti mensoloni in pietra arenaria, ospitava due cannoni. L’accesso alla torre avveniva dal primo piano con una scala di legno o una corda retrattili prima che nel 1805 fosse costruita una scala in muratura a due rampe. Nello stesso anno fu anche realizzato il secondo piano per renderla ancora più visibile e fondamentale per la difesa isolana contro l’arrivo dei pirati: allora, “mamma li turchi!”, era un’espressione tipica di cui ancora rimane vivido il ricordo per la ferocia con cui tali pirati barbareschi trattavano le popolazioni dei luoghi costieri depredati.

Diversi anni fa la Torre di Manfria fu illuminata con fari a vapore di sodio per essere visibile di notte in tutta la sua stereometrica maestosità, anche a decine di chilometri di distanza. L’illuminazione, però, fu oggetto di un’inesorabile azione vandalica. Da allora, la Torre di Manfria è abbandonata all’erosione, alle intemperie e sfregiata da ulteriori azioni vandaliche.

E’ di questi giorni la notizia secondo cui la Torre sarebbe stata venduta dal proprietario Fabrizio Iacona ad un imprenditore bolognese. Della Torre si è sempre parlato a Gela, ma istituzioni pubbliche e cittadini  hanno fatto poco e niente, fino ad oggi, per tutelarla e valorizzarla insieme allo straordinario contesto paesaggistico dal quale si erge.

E di fatto non ha portato ad alcun risultato l’iniziativa dell’attuale sindaco di Gela, Lucio Greco, lanciata ai cittadini poco prima della pandemia, finalizzata al versamento di una quota ibera in modo che ad acquistarla fosse il Comune. Davvero risibili le somme raccolte: 600 euro, mentre la somma auspicata era di almeno 200mila euro. Adesso la Torre è nelle mani del nuovo proprietario che, a quanto pare, considerato il mediocre stato di conservazione del monumento, intenderebbe agire subito con un intervento di restauro. Noi di Italia Nostra ce lo auguriamo vivamente. Così come ci auguriamo vivamente una particolare attenzione e cura verso questo luogo e questo storico, pregevole manufatto architettonico anche da parte della Soprintendenza ai Beni culturali e ambientali.

Prof. Leandro Janni, presidente regionale di Italia Nostra Sicilia