A soli 27 anni, Giusy Trieste si sta già affermando come una delle voci più autorevoli nel panorama emergente della salute preventiva. Originaria di Sommatino, la giovane professionista è stata tra i protagonisti della seconda edizione del congresso “Cuore e Obesità 2”, tenutosi lo scorso 7 marzo, dove ha portato un messaggio chiaro e deciso: il futuro della medicina passa attraverso il movimento.
Davanti a una platea composta da esperti di cardiologia, endocrinologia e medicina interna, Trieste ha superato il semplice approccio tecnico per lanciare un vero e proprio appello culturale e scientifico. Al centro del suo intervento, un concetto tanto semplice quanto rivoluzionario: l’attività fisica deve essere considerata a tutti gli effetti una terapia.
“Lo sport è il farmaco con meno effetti collaterali”, ha dichiarato, sottolineando come l’esercizio fisico, se personalizzato e dosato correttamente, possa incidere in maniera determinante sulla riduzione dell’infiammazione e sulla protezione del sistema cardiometabolico.
Secondo la chinesiologa, il sistema sanitario attuale tende ancora a privilegiare l’approccio farmacologico, trascurando il ruolo cruciale del movimento. In questo contesto, la figura del chinesiologo clinico rappresenterebbe un elemento fondamentale per colmare questa lacuna, integrando la prescrizione medica con programmi di attività fisica adattata.
Il suo intervento ha anche evidenziato la necessità di un cambio di prospettiva: non considerare più il peso solo come un fattore estetico, ma riconoscere l’attività fisica come un bisogno biologico essenziale per la salute.
Tra i presenti, molti colleghi hanno sottolineato l’impatto del suo contributo, interpretandolo come il segnale di una nuova direzione nella medicina contemporanea, sempre più orientata alla prevenzione e alla multidisciplinarietà.
L’appello di Trieste va oltre il contesto accademico e si rivolge direttamente al territorio, con l’obiettivo di migliorare la qualità delle cure attraverso una maggiore integrazione tra medici e specialisti del movimento.
Il messaggio finale è netto: per affrontare le sfide delle patologie cardiometaboliche non bastano i farmaci. Serve un approccio integrato, in cui il movimento diventi parte integrante della terapia.























