Incontro con l’assessore Pierobon sulla scelta di aree nel nisseno da destinare a deposito regionale di cemento amianto

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – Il 27 Novembre 2020 l’Associazione “No Serradifalko”, il Collettivo Letizia, il Meetup San Cataldo 5 Stelle, il WWF Sicilia Centrale, il geologo Angelo La Rosa e alcuni cittadini di Milena hanno incontrato in remoto l’Assessore all’Energia e Rifiuti Alberto Pierobon.

Ringraziando anticipatamente l’Assessore per la sua disponibilità ad ascoltare le ragioni degli astanti e per il suo impegno profuso con determinazione sulla possibilità di rimuovere definitivamente dal sito dell’ex miniera di kainite denominata “Bosco-sezione San Cataldo” gli oltre 4 milioni di metri cubi di sterili salini, abbancati irresponsabilmente da oltre 40 anni con effetti disastrosi all’ambiente e alla salute pubblica, si vuole stigmatizzare in breve sintesi quanto emerso dal sereno confronto virtuale.

A tal riguardo, gli intervenuti hanno rinvigorito la loro soddisfazione nel sapere dalla viva voce dell’Assessore che le indagini che si stanno esperendo sui luoghi sembrano confermare in termini di qualità fisico-chimica gli obiettivi posti alla base del progetto di bonifica, anticipati alcuni anni addietro dall’Amministrazione Comunale di San Cataldo pro-tempore in diversi tavoli tecnici regionali, dopo avere contestato energicamente il progetto di coprire con un materasso di argille l’intera montagna di sterili salini, prima della messa a dimora di una copertura vegetale.

Premesso quanto sopra e fermo restando che a più riprese è stato ribadito da parte dei presenti la non esistenza di barricate aprioristiche contro lo smaltimento del cemento amianto in territorio nisseno, l’interesse dell’incontro si è subito spostato sul punto 5.3.2.5, di pag 153 e seguenti del Piano di Protezione dell’ambiente, di decontaminazione, di smaltimento e di bonifica, ai fini della difesa da pericoli derivanti dall’amianto che il Dipartimento della Protezione Civile ha redatto, individuando alcuni siti minerari dismessi, che ne avessero le caratteristiche, a impianti di smaltimento finale per amianto. Tra i siti d’interesse figurano nel nisseno proprio l’ex area mineraria di Bosco-sezione San Cataldo, in territorio di San Cataldo, e la miniera di Milena mai andata in produzione.

Nello specifico, avere scelto Bosco significherebbe per il Dipartimento risolvere due grossi problemi: a) superare le difficoltà di smaltimento delle ingenti coperture in amianto (si stimano almeno 10.000 metri quadrati) dei capannoni e altri fabbricati, oramai in pessimo stato che, come riportato nel documento, sarebbe antieconomico smaltire in siti molto lontani; b) ma non meno importante, avere un sito che possa soddisfare le necessità di smaltimento dell’amianto a livello almeno regionale.

Se da un lato potrebbe essere condivisibile la motivazione dell’anti-economicità a smaltire l’ingente quantità di cemento amianto insistente nell’area di Bosco, dall’altro appare chiara ed inequivocabile la discrasia con quanto certificato in passato dal Prof. Barla del Politecnico di Torino, indicando l’area ad alto rischio di subsidenza.

Val la pena ricordare che l’andamento delle variazioni di quota dal 1983 al 1998 di una serie di punti ha dimostrato che i cedimenti non tendono affatto ad esaurirsi; nell’ultimo periodo di osservazione si è verificata anzi un’accelerazione, raggiungendo -1,40 metri in corrispondenza del punto Teta della rete di rilevamento.

La miniera si chiude nel dicembre del 1985 e dal 23 luglio 1986 nessuno ha potuto fare più ingresso nell’area inibita, tanto che nel Piano Stralcio per l’Assetto Idrogeologico (Bacino Idrografico del Fiume Platani – 063), redatto dall’Assessorato al Territorio e Ambiente, l’intera ex area mineraria è classificata con Livello di Rischio “R4 molto elevato (22,815 Ha)” e con un ampio intorno con Livello di Pericolosità “P4 molto elevato (138,0425 Ha)”.

Nella relazione di accompagno al P.A.I., a proposito del territorio di San Cataldo, a pagg. 262-263 si legge: <<Nello specifico le pericolosità ed i relativi rischi più elevati (P4 ed R4) si registrano in C.da Bosco-Palo in corrispondenza dell’interazione degli edifici del villaggio minerario con l’area soggetta a fenomeni di sprofondamento indotti dalle cavità sotterranee nei sali potassici sottoposti ad azioni di dissoluzione chimica ad opera per via della circolazione idrica sotterranea. Si rende necessario un accurato studio investigativo, a mezzo indagini indirette, del sottosuolo dell’area mineraria al fine di poter avviare un adeguato intervento di bonifica e recupero del sito, il quale potrebbe divenire fonte di attrazione turistica in tema di “archeologia industriale” con annessi risvolti di natura sociale ed economica per il comprensorio >>.

Appare dunque spontaneo porsi il problema di come si possa conciliare la scelta di destinare il sito di Bosco a deposito regionale di cemento amianto con il decreto di interdizione per conclamata subsidenza dell’intera area.

Un conto è portare a buon fine il Piano di Bonifica che l’Assessore Pierobon ha intrapreso con fermezza e che prevede la rimozione degli ingenti quantitativi di inerti salini (oltre 4 milioni di metri cubi), azione che in ogni caso dovrà completarsi con la bonifica del sito dai manufatti in cemento amianto (circa 150.000 chili), dai ferri vecchi, oli esausti e quant’altro nocivo alla salute pubblica (non perdiamo di vista il registro dei tumori, che indica l’area nord del nisseno ad alta incidenza con un indice di rischio molto più elevato del notoriamente critico polo industriale di Gela), un conto è invece predisporre un deposito di stoccaggio del cemento amianto a lungo termine in strutture che  non potranno ritenersi sicure nel tempo in area soggetta a sinkhole. Forse l’idea di ricordare l’area del vicino bacino minerario di Racalmuto, che presenza già fenomeni di sprofondamento, potrebbe tornare utile.

In ogni caso, solamente uno studio tecnico che dicesse concluso questo fenomeno, con la conseguente cancellazione dal PAI del massimo grado di rischio, potrebbe permettere interventi all’interno di quel territorio.

Se da un lato l’attività estrattiva ha rappresentato per un lungo periodo volano per l’economia nazionale, producendo una ricchezza in termini occupazionali e urbanistici, dall’altro ha lasciato sul campo solo macerie per la incapacità politica di rigenerare l’ingente patrimonio di archeologia industriale in termini turistici e queste azioni hanno consentito una crescita differente rispetto alle aree metropolitane e costiere, dove si è poi impiantata una industrializzazione produttiva.

Ricordiamoci che il paesaggio non è immutabile e gli interessi pubblici non dovrebbero essere prioritari rispetto ai suoi valori e ancor più se fragile.

Stiamo perdendo gli elementi indicativi della nostra identità, diseducandoci progressivamente dalla corretta fruizione del patrimonio naturale in cui siamo immersi. Un patrimonio, quale bene comune, che non può essere inteso come ostacolo alle nostre esigenze, piuttosto opportunità di crescita culturale, antropologica ed economica. Purtroppo alla nostra attività, non a caso, sono quasi sempre attribuite le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche e il paesaggio degradato che ne deriva è un paesaggio non capito e maltrattato.

L’orgoglio di appartenenza ad un territorio ricco di storia antropologica e di elementi naturali significativi di processi geologici e geomorfologici esclusivi di un arco temporale importante per la ricchezza del sottosuolo, che tanto generoso è stato per le popolazioni su di esso insistenti, alla fine non ha dato il giusto merito e il paesaggio viene sempre più mortificato da scelte a volte proiettate in senso opposto alla tutela.

Purtroppo, altrove le ex miniere sono una grande risorsa, da noi invece un grande problema.

 

CITTADINI DI MILENA (Norina Raimondi e Celestino Saia)

COLLETTIVO LETIZIA (Gianfranco Cammarata)

MEETUP 5 STELLE SAN CATALDO (Adriano Bella)

NO SERRADIFALKO (Marcello Palermo)

PROFESSIONISTA GEOLOGO (Angelo La Rosa)

WWF SICILIA CENTRALE (Ennio Bonfante)

 

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